Posts Tagged ‘happy hour’

Milano. ¿Noon?

20 febbraio 2009

Perché poi si chiama così se apre alle sei di pomeriggio e chiude alle due di notte? Mah. Comunque il Noon è uno dei luoghi cool dell’aperitivo meneghino e non solo, visto che dispone di diversi ambienti per cenare e anche fumare sigari, libidine concessa in pochissimi luoghi al chiuso. Ma un aperitivo ho preso e di quello parlerò.

il locale è dietro piazza Cadorna – zona fighetta anziché no – sfodera un arredamento minimalista, ma studiatissimo, legno per terra e colori caldi, solari (ecco perché il nome). Lo popolano un personale quasi esclusivamente orientale (Sri Lanka?) e un pubblico di tutti i generi, età media trent’anni. Sono in due, in quattro, anche in otto ai tavoli, con addosso jeans, ma anche giacche e cravatte (ma anche? Che tenerezza. Sono passati due giorni dalle dimissioni di Uòlter, ma è tramontata un’epoca).

Musica bassa, discreto fonoassorbimento, per fortuna si può chiacchierare. E i pouf sono moderatamente comodi, nel senso che quando li ho visti ho temuto per le mie terga, ma poi, dopo un’ora e mezza di chiacchierata, mi sono rialzato senza dover ricorrere al carro gru.

Venendo alla consumazione, la maggior parte dei tavoli era piena di cocktail, solo un avventore su venti preferiva un bicchiere di vino. Il barbera scelto da Alessandra e me non era malvagio, ma nulla di più. Lo accompagnava un piatto di geometrici happyhourismi: quadratini di pizza, triangoli di tramezzini, sferette di frittelline, cilindri di crocchette, semitori di sedano, ellissi di carote e due appuntiti segmenti per infilzare il tutto, che Alessandra ed io, anime scarsamente propense all’aggressività, non abbiamo usato, preferendo la classica posata araba, i tre polpastrelli. Costo: sedici euro in due. Voto: sette meno un quarto.

Di, da, per, su strada

30 maggio 2008

Ricevo questo pregevole contributo da un amico, Enzo Marigonda, professore di psicologia dei consumi all’Università di Trieste e brillante pamphlettista per diverse testate, cartacee e on line.


«Visto che ero di strada, avevo pensato di restituire alla biblioteca di quartiere ‘Sulla strada’ e di prendere in prestito ‘Strade blu’, ma poi lungo la strada mi sono imbattuto in parecchie femmine da strada, donne su una brutta strada, con famiglie ridotte sulla strada, che sembravano uscite da ‘La strada’ di Fellini.»

Termine reso alquanto flessibile dalle preposizioni che lo accompagnano, ‘strada’ si applica oggi volentieri al mangiare, anche se i ‘cibi di strada’ più pregevoli e cari alla memoria, collettiva e individuale (mussoli, sardoni impanati, “pedoci” scottati, per ciò che mi riguarda), sono quasi scomparsi.
Giusto allora occuparsene (come fa questo sito), sia ricollegandosi alle tradizioni alimentari delle cento città italiane, sia indagando e perlustrando le nuove forme, lodevoli o esecrabili, del ‘cibo di strada’.
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