Archive for the ‘Estero’ Category

Cornovaglia, la patria del pasty

21 settembre 2009
ThLizPastyShop

"The Lizard Pasty Shop" © 2005 André Ellis

Anni fa mi ero fatto procurare da un amico inglese Cornucopia, lo spiritoso libro in cui Paul Richardson scandaglia tutte le regioni della Gran Bretagna a caccia delle loro diverse identità gastronomiche. Sì: perché anche la perfida Albione ha una cucina, checché ne pensiate.
Secondo Richardson, uno dei vanti della Cornovaglia è il pasty, probabilmente la forma più riuscita dello street food made in Britain. L’autore indica anche quella che secondo lui è la migliore produttrice di pasties: Ann Muller, di The Lizard. Una figlia d’arte, perché sua madre Hettie Merrick è l’autrice di The Pasty Book. Erano anni che volevo provarlo. Quest’anno non ho resistito e sono andato in Cornovaglia, fino a The Lizard. (more…)

Oasi a Milano?

21 ottobre 2008

Se percorrete a piedi corso Buenos Aires con le spalle al centro, la prima traversa che trovate a sinistra è via Castaldi. Basta farne pochi metri per capire di essere entrati in una Milano insolita, adagiata sulla sponda Sud del Mediterraneo. Al 39 di via Castaldi, non a caso, c’è Oasis. Le piastrelle biancoblu alle pareti ci fanno sentire in una bottega del Maghreb. Lo spiedo verticale infilzakebab, invece, è ormai un elemento tradizionale del nostro mezzogiorno – mica il Sud, parlo della pausa pranzo.

Responsabile del mio viaggio intercontinentale in quattro minuti di bici dal mio studio è Tommaso Farina. Ho avuto il piacere di conoscerlo di persona in quest’occasione, ma di penna l’avevo già notato e apprezzato proprio su questi schermi. Nessuno di noi due si è potuto sottrarre al fascino arrotolato del kebab, fatto in questa rosticceria con carne di vitello piemontese e preparato in prima persona dal gestore del locale, di origine tunisina. Insomma, non è il solito spiedone preconfezionato in Germania.

Un paio di saporiti falafel hanno chiuso lo spuntino. La sorpresa – molto piacevole – è venuta dal contorno che li accompagnava, il (o la) kefteji, piatto gustosissimo e piccante, a base di pomodori, uova, peperoncino verde, zucca, patate e spezie. «Non consiglio di preparare questo piatto alle persone che hanno poca pazienza» ci ha detto il gestore. «Anche se vedete gli ingredienti ben amalgamati, le cotture sono tutte separate. Stare tanto ai fornelli e poi dover lavare tante pentole, piace poco. Soprattutto alle donne». Notate differenze tra il Maghreb e la Lombardia occidentale?

Falafel, guerra e pace

7 ottobre 2008

I cibi di strada smuovono gli animi, soprattutto quelli di chi si considera il depositario della Ricetta Originale. Fadi Abbud, presidente degli industriali libanesi, ha proclamato che intraprenderà una battaglia legale internazionale contro Israele. Le aziende israeliane che producono e commercializzano in tutto il mondo falafel, tabulé e hummus, sostiene lui, li spacciano per prodotti propri. Le famose polpettine fritte vegetali, il purè di ceci e l’insalata di cuscus, invece, sarebbero specialità prettamente libanesi, quindi gli odiati vicini dovrebbero pagare caro questo affronto, a suon di dollari. Abbud cita anche un precedente: i greci sarebbero riusciti a far stabilire da una corte internazionale che il formaggio feta era un loro prodotto tradizionale.

Ora, a parte il fatto che i deliziosi falafel – pare – siano stati inventati in Egitto e che “lo hummus come si fa a Damasco – afferma, appunto, un siriano – non si fa da nessun’altra parte”, è veramente difficile identificare il luogo di origine di un antico piatto tradizionale. Soprattutto nel Mare Nostrum: temo che non ci sia nulla di più contaminato della cucina mediterranea, italiana compresa. Per non parlare della cucina ebraica, che per motivi ovvi ha subito influenze planetarie, e questo è il suo bello. Non nego che sia affascinante cercare di inseguire i fili della storia degli alimenti che si ritrovano più o meno uguali in molti luoghi; solo, credo che sia spesso illusorio pensare di poter stilare atti di nascita definitivi.

Mi sembra meritorio, invece, il lavoro che fa un connazionale di Fadi Abbud, Kamal Muzawak. Ex-grafico e scrittore di guide turistiche, ora fa lo chef e appare in tv, ma soprattutto s’impegna come pacificatore sociale. È lui che ha inventato il Suk el Tayeb, farmers’ market bisettimanale di Beirut, inaugurato ben prima di quello di via Ripamonti a Milano. Muzawak, che conosce  i suoi conterranei, sa bene che l’unico posto dove vanno d’accordo è a tavola. Non è un caso che il suo suk sia frequentato da sciiti, sunniti, drusi e cristiani, altrimenti rissosi fino alla guerra civile. Morale? Preferisco un falafel che unisce a un falafel che divide.

Ålesund, Tunisia

16 settembre 2008

Stufo della stucchevole sfilata di foto maldiviane salvaschermo del Mac, ho deciso di sostituirla con quanto di più alternativo trovassi nei miei album fotografici. Perciò ho scelto le immagini scattate nell’agosto del 2006 in Norvegia.

Fra queste non poteva mancare una legata al cibo di strada. Adiacente a questa terrazza sull’acqua, nella città di Ålesund,  c’è il chiosco, che stupidamente non ho immortalato, dove ho mangiato il miglior fish & chips della mia vita – merluzzo freschissimo, pastella croccante, patatine olimpioniche.

Inutile dire che era gestito da un tunisino, emigrato in Norvegia da più di vent’anni. Al porto, poco dopo, abbiamo comprato da un pescatore (sembrava norvegese) un mezzo chilo di gamberetti già cotti, che non ci hanno fatto rimpiangere quelli trovati giorni prima al porto di Bergen.

La Norvegia è molto cara, ma vale il viaggio, se apprezzate una natura meno iconizzata di quella dei paradisi tropicali, se amate la solitudine, se gradite gli abeti in riva al mare. E se vi piace il pesce.

Riflessioni d’agosto 1 – Cibo di strada in Cina

27 agosto 2008

Queste Olimpiadi, comunque la si voglia mettere, un merito l’hanno avuto per gli italiani: metterli di fronte a un’area piuttosto ignorata dell’alimentazione cinese, riguardante proprio il cibo di strada. Soprattutto in passato si è favoleggiato di raccapriccianti pietanze (raccapriccianti per noi euro-nordamericani) amate nelll’estremo oriente, ma l’invasione dei ristoranti cinesi ci ha tranquillizzato con i suoi menu standard, modellati sul nostro gusto più di quanto la maggioranza non pensi.

Quindi è stato interessante vedere in tv servizi come questo, che ci mostrano scorpioni, cavallette, larve e vermi normalmente in vendita nelle bancarelle cinesi. Per non parlare dei cavallucci e delle stelle marine, e soprattutto dei cani, che pare siano stati vietati in questo periodo, per non turbare la sensibilità degli occidentali in visita. Sono andato a risfogliare Buono da mangiare, un bel libro di Marvin Harris che tutti gli appassionati di gastonomia dovrebbero leggere.

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Pascal Henry, un gourmet al capolinea

1 agosto 2008

Una notizia meteora apparsa e scomparsa in giornata dal sito corriere.it: Pascal Henry, gourmet e fattorino svizzero, è svanito nel nulla il 13 giugno, durante un pellegrinaggio tutto speciale: il giro dei 68 ristoranti tre stelle Michelin. Ha abbandonato il cappello, l’album delle dediche degli chef e qualche fotografia su un tavolo di El Bulli, il ristorante di Ferran Adrià, e nessuno ne ha saputo più nulla.

Sento profonda vicinanza per questo sconosciuto, disposto a fare molta strada per il cibo, anche se di haute cuisine e non di strada. Riflettendoci su, mi rendo conto che la notizia, in realtà, ne contiene diverse. Innanzitutto l’identità, o per meglio dire, le identità di questo signore.

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Fine delle vacanze

4 aprile 2008

dscn2668.jpgL’assortimento vario e multicolore di questa bancarella del mercato generale di Atene è l’epitomé del nostro viaggetto greco. A parte il neo del polpo (vedi post “Amara Grecia”), è stata una vacanza piacevole e molto sapida al di là dei cibi di strada propriamente detti. È cominciata con un’ottima cena in un ristorantino di Nafplio, Alaloum in via Papanikolaou 10: peperoni ripieni e melanzane al forno da sballo, per non parlare dell’agnello in salsa di limone e del baccalà con salsa all’aglio. Ottimo anche un ristorante di Atene che nulla concede al folclore, tanto meno all’estetica: i suoi piatti sono come quelli delle trattorie italiane di una volta, zero in gusto grafico, dieci in gusto. Si chiama I Evghenia ed è in zona Plaka, via Voulis 44/A. Altamente consigliate le melanzane fritte e poi stufate con pomodoro e spezie varie, che chiamano in inglese Eggplant ragout. (more…)

Amara Grecia

4 aprile 2008

dscn2599.jpgAdesso, la fregatura. Devo raccontarla, perché non sono riuscito a digerirla. Mentre passeggiavo con moglie e figlia per i vicoli del porto di Egina – sì, l’isola dei pistacchi e del tempio di Afaia – un profumo ci inchioda. Gli occhi si sintonizzano sull’olfatto e ci appare l’origine: una griglia a carbone sulla quale sta arrostendo un bel polpo. Ne avevamo visti molti altri, la sera prima, appesi a una fune come panni stesi, e già facevano gola. Proviamone un po’, propongo. Mia moglie nicchia, io insisto, lei cede.

Chiamo il proprietario del ristorantino sulla strada, To Stèki in via Ireiòti 49, davanti al piccolo mercato del pesce dell’isola. Gli chiedo se ce ne può dare un po’ da portar via. Alla sua risposta affermativa, gli domando anche quanto ci vorrà perché sia cotto e quanto costa. Dieci minuti di passeggiata, mi risponde, e lo venite a ritirare; un piattino (non più grande di un sottotazza da tè) costa 6 euro. Considerati i prezzi del luogo, non è economico, ma il desiderio è tanto e la curiosità pure: alla brace, il polpo non l’avevo mai provato. (more…)

Gustosa Grecia

4 aprile 2008

dscn2623.jpgQuesto venditore di koulouri, ciambellone al sesamo, staziona ad Atene, nella centralissima via Ermou. Ci sono stato di recente per una piccola vacanza. Nella bancarella ho preso una ciambella intrecciata che, ahimé, aveva un che di muffa. In compenso, in una piazza Monastiraki resa caotica dai lavori in corso, ho avuto un incontro ravvicinato con un’ottima gyros-pita.

Per chi non lo sapesse, è la variante greca del döner kebap turco: un pane piatto, circolare (12-15 cm di diametro), che si arrotola intorno a un ghiotto ripieno il cui ingrediente principale sono i gyros, bocconcini di carne, tagliati da una montagna di fette di maiale sovrapposte, condite con spezie e intervallate talvolta da peperoni, che girano (ecco il perché del nome) infilzate su uno spiedo verticale. A completare il tutto pomodori, insalata, cipolle e una generosa cucchiaiata di tzatziki (yogurt di pecora con cetrioli, aglio, aneto e limone). La gyros-pita provata a Monastiraki era ottima, tanto da richiedere un bis. E dà assuefazione, perché già mi manca.

Passeggiando per via Adrianou, che costeggia il giardino dell’antica Agorà, in vista della stazione Thisio del metrò mi sono imbattuto nel carrettino di un venditore di semi di ogni genere. Pistacchi, ovviamente, che sono l’orgoglio della vicina isola di Egina, ma anche qualsiasi altro tipo di seme edibile. Ce ne sono di sfusi e già confezionati in pacchettini bianchi di carta. Più avanti c’è un produttore di pop-corn – vi ricordate i vecchi chioschi dei luna-park? – con la sua vetrina piena di gonfie nuvolette bianche. Procedendo per il parco che gira attorno all’Acropoli, si incontrano almeno tre venditori di pannocchie abbrustolite e caldarroste. Il paradiso del cibo di strada.