Riflessioni d’agosto 3 – Napoli bis

Il precedente post si chiudeva al termine di via della Pignasecca e questo comincia quando la stradina si allarga in piazza Carità, al momento stravolta dai lavori in corso. Mi affanno a ricercare tra i cantieri un altro punto di riferimento dei miei tour adolescenziali e la pervicacia è premiata. Eccola lì la vecchia gelateria La Scimmia. Me la ricordavo più grande, in analogia con il posto che occupa nella mia memoria. Sono l’unico avventore.

«Fate ancora il gelato tra i biscotti?». «La formetta? Sì, certo». «Allora limone e fragola». Il marchingegno per racchiudere il gelato tra due sfoglie di cialda non era in prima visione. Ecco perché avevo chiesto se lo facessero ancora. Intanto scorgo in bella vista nella vetrina refrigerata un altro must locale, la banana, stecco al gusto omonimo, semiricoperto di cioccolato, che riproduce anche la forma del frutto tropicale. Approfitto del confezionamento non banallissimo del mio gelato per guardare un articolo appeso alla parete. Dal quale scopro che Michele Monacelli, tarantino, aprì una prima sede della Scimmia nella sua città nel 1922. Nel 1933 trasferì la sua attività a Napoli, in questo negozio. E ora la famiglia è alla terza generazione.

Il gelataio ha finito. «Quanto costa?». «1,60 euro». «La chiedono spesso?». «Solo i clienti più… mmh… meno giovani». Grato al gelataio per la sua delicatezza, mi accingo a degustare. «Faccia con comodo, pagherà poi». Ho capito dopo perché. Avevo completamente dimenticato che mangiare una formetta senza inondarsi di gelato è impossibile.

Addentandola, la cialda non cede immediatamente come quella di un volgare gelato industriale, perché è croccante come un buon cono artigianale. Questa virtù ha una funesta conseguenza: lo spessore del gelato si schiaccia dalla parte dei denti, avviando un inesorabile processo di fuoriuscite multidirezionali e di gocciolio a cascata, facilitato dai 35°C che ci sono oggi.

Se non facesse così caldo, suderei freddo. Riesco a contenere al massimo il disastro divorando in un baleno gelato e cialda. Se mi chiedete com’era, non sono in grado di dirlo. Comunque, la prossima volta ordinerò una banana.

Superato lo choc, procedo per via Toledo, dove vedo una vetrina che mi faceva sognare: Leonetti, il negozio di giocattoli più antico di Napoli, con un bel 1898 che campeggia sulla sua insegna. A Napoli le gestioni dei negozi non cambiano mai. Così sembra, a chi è abituato al turn-over pressoché annuale dei negozi milanesi. Il fatto è che in questa città, se si dispone di una rendita commerciale sicura, non la si molla a cuor leggero, perché intraprendere un’attività nuova non è uno scherzo. A ricordarci che viviamo nel 2008 provvede la bancarella di abbigliamento cinese proprio di fronte.

Via Toledo, ormai pedonalizzata, brulica di gente. Avvisto due o tre carretti di gelatai nuovi di zecca; nei miei anni napoletani, i Sessanta e i Settanta, era ormai già difficile vederli. A monte della strada ci sono i “Quartieri spagnoli”, dedalo di viuzze il cui impanto risale al periodo di dominazione spagnola. A valle, verso il porto, una zona costruita prevalentemente nel Novecento. Proprio da questo lato mi esplode davanti in uno slargo un alto traliccio con in cima una ruota a vento, da città fantasma di un film western. Com’è finito qui, all’incrocio di via Ponte di Tappia con via S. Tommaso d’Aquino?

Proprio nello stesso spiazzo una salumeria-panetteria mi dà lo spunto per un’altra constatazione. Molti negozi di questo tipo hanno una particolare vetrina – un parallelepipedo verticale su ruote – per esporre il pane proprio sul marciapiede. Nella mia città anche le pure e semplici pagnotte sono cibo di strada.

Un negozio Foot Locker e un clown-statua vivente mi riportano nella koinè metropolitana indifferenziata. Di fronte, però, al numero 275, proprio sotto il balcone della Federazione Italiana Verdi, è ancora lì, intatta, l’insegna di Pintauro, pasticceria specializzata in sfogliatelle. È chiusa, ma le perfette condizioni della scritta e della saracinesca mi fanno pensare che sia semplicemente in ferie.

All’angolo della piazzetta Duca d’Aosta, dalla quale parte la Funicolare centrale per il Vomero, mi tentano le vetrine di Luise, versione superpatinata di Fiorenzano, che allineano fritture di ogni genere, rustici – prodotti di pasticceria salata dalle abbondanti dimensioni, come abbondanti qui sono le dimensioni delle paste dolci – primi e secondi piatti da portar vi o da gustare in self service. Stoicamente resisto e procedo, visto che mi attende il pranzo con mio padre.

Guardandomi in giro, mi accorgo che molte gelaterie-bar hanno in vetrina contenitori di granite multicolori assai poco rassicuranti. Si vede che il desiderio di un’alimentazione più naturale a Napoli è ancora di nicchia

Oltrepasso al 205 il palazzo di Domenico Barbaja, che alle sue virtù musical-imprenditoriali di impresario della Scala e del San Carlo univa il vanto di aver inventato la barbajata, una bevanda a base di cioccolato, caffè e panna. Non molti sanno che aveva cominciato come cameriere in un caffè milanese. Le vetrine dell’antica pasticceria svizzero-partenopea Caflilsch sono state sostituite da quelle di Benetton già da un pezzo.

Arrivato di fronte alla fontana a carciofo di piazza S. Ferdinando, lancio una nostalgica occhiata al teatro San Carlo e uno sguardo al caffè storico Gambrinus, tornato all’antico splendore, ma mi tuffo in via Chiaia, il tempo stringe. Qui c’è una novità. Ha l’aria di una bottega in franchising: Leò. Negozietto bianco e giallo, disegnato da un architetto alla moda, propone solo tre articoli, tutti da passeggio. Uno salato: i saporitissimi taralli ‘nsogna (sugna) e pepe, e due dolci: sfogliatelle (ricce, frolle e pastierine, il ripieno è più o meno lo stesso) e babà. Presto lo si vedrà anche in giro per l’italia. Provo un tarallo, 0,40 euro. Un buon ricordo della mia città.

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Una Risposta to “Riflessioni d’agosto 3 – Napoli bis”

  1. nicola Papagni Says:

    Gustose queste “sensazioni “di viaggio
    ciao e a presto
    Nicola

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