Riflessioni d’agosto 2 – Ritorno a Napoli

Vi ho già detto che sono napoletano? Questo mese d’agosto mi è servito anche per fare un salto nel mio indimenticato passato terronico. Passeggiando per il centro, ho constatato con piacere che la quota di munnezza sparsa per le strade è analoga a quella di Milano, cioè tendente allo zero. Devo confessare, però, che anche nel dicembre scorso, periodo nel quale l’emergenza rifiuti era strombazzata sui media di tutto il mondo, la situazione era più o meno simile. I problemi seri riguardavano la periferia e la provincia, che, a parte l’immacolata Sorrento, questa volta non ho visitato.

Il ritorno al natio borgo selvaggio è stato l’occasione per ripetere la passeggiata che, liceale, facevo per tornare a casa dalla scuola. Frequentavo il Genovesi, in piazza del Gesù, e dovevo raggiungere piazza Municipio, il capolinea del 120, linea d’autobus (a Napoli pulmàn) che oggi non esiste più, ma che anche allora dava scarsi segni di vita. Il mio itinerario però, è partito dalla stazione della Cumana di Montesanto, perché meglio si adattava all’obiettivo vero del percorso: testare, a trenta e più anni di distanza, l’offerta di cibi di strada nel centro storico di Napoli.

L’arrivo a piazza Montesanto, per uno che proviene dalla stazione della Cumana di corso Vittorio Emanuele (zone alte, diciamo così), equivale allo sbarco su un altro pianeta. Se non avete confidenza con i libri di Marotta o le commedie di De Filippo, pensate al bar chiassoso e multietrnico di Guerre Stellari. I colori, i rumori, gli odori ti sovrastano. Qui comincia il mercato della Pignasecca. Eppure, nonostante il ventre di Napoli sia sempre il ventre di Napoli, al posto dei pentoloni ribollenti d’olio sulla strada, la prima friggitoria che incontro uscendo dalla stazione è un vero e proprio negozio: Fiorenzano, che si fregia anche del titolo di rosticceria.

È piuttosto affollato, nonostante siano le undici e l’ora di pranzo partenopea sia più vicina alle due che all’una. C’è gente che prende qualcosa da addentare subito e altri che si fanno confezionare pacchettini da portar via. Le pizze fritte spopolano. Sono ravioloni a mezza luna dal lato dritto di circa 20 cm, con ripieni a base di prosciutto e formaggio, ricotta e spinaci, provola (fiordilatte affumicato) e pomodoro, ricotta. C’è l’incontro della cucina napoletana con il mais, gli scagliuozzi, triangoli o rombi di polenta spessi 1-2 cm e lunghi 8-10. Non mancano i timbaletti di maccheroni, i crocchè di patate, i ciurilli, fiori di zucchine in pastella, la mozzarella in carrozza, gli arancini di riso. I rossi (al pomodoro) sono sferici, i bianchi, a forma di proiettile. Scelgo uno di questi ultimi. Costa 1,50 euro e pesa non meno di tre etti. Lo spesso involucro di riso, indorato, impanato e fritto, nasconde un cuore di carne tritata, piselli e provola. Lo assaggio. Non mi sembra neanche così diverso da quelli di un tempo. Molto saporito, ottima scelta.

Procedendo per via della Pignasecca in direzione via Toledo m’imbatto in un’altra friggitoria, sulla sinistra. L’insegna dice di nuovo Fiorenzano, ma i suoi prezzi sono ancora più abbordabili, vanno da 1 euro a 1,30 euro. A quanto pare, la concorrenza qui si fa in famiglia. La vetrina è meno ricca; in compenso contiene un’altra specialità della quale avevo completamente dimenticato l’esistenza, il panino viennese. Questo nome così esotico definisce una pizza fritta arrotondata e cicciotta, senza ripieno, che viene usata a mo’ di panino. La si spacca, ci si infila un würstel e – incredibile, ma vero – un contorno di patatine fritte. Poi dicono McDonald’s.

Sono circondato: poco più avanti c’è un’altra insegna Fiorenzano. Stavolta si tratta di una Tripperia risalente al 1897. Espone centopelli, reticolo, budellino, zampetto di maiale. Un tempo queste merci viaggiavano su carretti che prendevano nome dal richiamo con cui il venditore offriva la sua mercanzia: ‘O per’ e ‘o muss’. Letteralmente, il piede e il muso; il primo di maiale, il secondo di vitello.

DI fronte, un’altra tripperia e trattoria. Sorpresa: non si chiama Fiorenzano, ma Le Zendraglie. La sopresa dura poco, perché mi accorgo che, sotto il nome, più in piccolo c’è scritto “di E. Fiorenzano”. Ma chi sei, Fiorenzano, ‘o rras d’a Pignasecca? Nella sua vetrina c’è anche ‘o muss’, che era assente nell’altra. L’esposizione è piuttosto scarna, comunque un cartello mi informa che “Per igiene la merce è tenuta in frigorifero”. Sono più tranquillo (continua).

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3 Risposte to “Riflessioni d’agosto 2 – Ritorno a Napoli”

  1. ilmetapapero Says:

    Sto post aumenta il tasso di colesterolo al solo leggerlo. Comunque sempre a Montesanto e sempre per parlare di cibo di strada c’e’ (cidovrebbe essere ancora!) la pizzeria Vecchia Napoli che sforna pizzette, calzoni e pizze fritte li’ sulla strada. Dieci anni fa’ c’era ancora il pizzaiolo che ti buttava la pizza nell’olio bollente davanti ai tuoi occhi. Colesterolo a pezzettoni, come si suol dire

  2. gigi Says:

    ragzzi,io saro’ a napoli a capodanno,non ci sono mai stato…mi date qualche consiglio per andare a mangiare in qualche posto “giusto”,cioe’ dove vanno i napoletani e non i turisti giapponesi?
    grazie!
    gigi

  3. stanislao Says:

    @Gigi
    Per uno spuntino all’ora di pranzo, il Fiorenzano numero 1 (quello citato per primo nel post) va benissimo. Forse meglio ancora il non distante Timpani & Tempura – Gastronomia d’asporto (vico della Quercia 17) dell’immaginifico Antonio Tubelli. Fra i suoi classici i maccheroni da mangiare con le mani (se proprio vuoi ti offre anche una forchetta), fatti secondo una ricetta che non prevede il pomodoro; le pizze fritte ripiene, simili a quelle descritte nel post; la tempura, che viene proposta solo il giovedì e il venerdì.

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