Di, da, per, su strada

Ricevo questo pregevole contributo da un amico, Enzo Marigonda, professore di psicologia dei consumi all’Università di Trieste e brillante pamphlettista per diverse testate, cartacee e on line.


«Visto che ero di strada, avevo pensato di restituire alla biblioteca di quartiere ‘Sulla strada’ e di prendere in prestito ‘Strade blu’, ma poi lungo la strada mi sono imbattuto in parecchie femmine da strada, donne su una brutta strada, con famiglie ridotte sulla strada, che sembravano uscite da ‘La strada’ di Fellini.»

Termine reso alquanto flessibile dalle preposizioni che lo accompagnano, ‘strada’ si applica oggi volentieri al mangiare, anche se i ‘cibi di strada’ più pregevoli e cari alla memoria, collettiva e individuale (mussoli, sardoni impanati, “pedoci” scottati, per ciò che mi riguarda), sono quasi scomparsi.
Giusto allora occuparsene (come fa questo sito), sia ricollegandosi alle tradizioni alimentari delle cento città italiane, sia indagando e perlustrando le nuove forme, lodevoli o esecrabili, del ‘cibo di strada’.

Un recente articolo su ‘Repubblica’, discretamente raffazzonato e condito dei consueti refusi, certifica il carattere ormai modaiolo dell’espressione, deformandola colpevolmente qui e là in ‘cibi da strada’, con una connotazione di malaffare che talvolta corrisponde allo scarso valore delle cose che un’umanità frettolosa mangiucchia e sgranocchia con poco garbo. Masticatori e masticatrici ‘da strada’. E’ a questo che fa pensare l’anglismo ‘street-food’ (utilizzato da altri siti più corrivi), che ambirebbe viceversa a imbellire il fenomeno, a farci capire quanto è ‘cool’.

Il riferimento d’obbligo, deteriore, è invece all’inciviltà alimentare di matrice nordamericana, cioè all’annientamento di ogni eleganza e ritualità, che anche i pasti più esigui e svelti farebbero bene a mantenere, per evitare le derive verso il mangiare come bestialità.
Procedendo per immagini, ci sfilano davanti, su anonimi sfondi metropolitani, moltitudini di obesi malissimo vestiti che ingurgitano, senza smettere un momento di camminare e di agitarsi, bevande gassate e ghiacciate sopra grassi panini informi, uniformati da salse immonde.
Insomma, un mangiare ‘per strada’ cibi ‘da strada’

Più vicino all’esperienza di tutti i giorni, affiora l’immagine della ‘happy hour’ (non certo degli ‘happy few’), ossia di un sostituto della cena svelta, subordinata al drink, dove il vantaggio principale, oltre alla spesa limitata, consiste nel non sottrarre neanche un minuto alla socialità.
Anche qui, il godimento del cibo è secondario. La ruminazione avviene entro un involucro di ciacole, musica e rumori, un guscio confortevole di eccitazione e calore/sudore umano. Di nuovo, agitazione e movimento, ma in un contesto di scambio amicale, fiera delle vanità, eleganza (percepita) e bel vivere.

Non è proprio un mangiare “stradale”, deambulante, da gente degradata e senza pace. Si svolge piuttosto in uno spazio liminare, tra il chiuso del ‘wine bar’ (altra espressione detestabile) e lo spazio antistante, verandato o meno, propizio al fumo.
Quasi di strada, si potrebbe dire.
Il fatto è che, tutto sommato, i cibi qui sono puramente strumentali, parentetici, incidentali: non devono fare schifo né piazzarsi sullo stomaco, non devono dar fastidio né far perdere tempo, ma essere funzionali al bere e al blabla incessante, tanto chi se ne ricorda più, il giorno dopo.

Nelle situazioni più favorevoli, non troppo chiassose e caotiche, è un modello di cibo svelto che si avvicina alle tradizionali ‘mezés’ elleniche.
Nelle loro versioni migliori, queste raggiungono una dignità alimentare accettabile, senza ostentazione né formalità.
Non richiedono grandi sforzi o apparati di cucina, questo è certo. Ma non sono neppure schifezzuole buttate lì.
La velocità del pasto non è un requisito necessario: si può trascorrere ore a piluccare dal piatto di ‘mezés’ (che poi spesso sono servite in più piattini, a più riprese).
Anzi, è previsto che siano al servizio della conversazione, eventualmente anche nevrotica e soverchiata dal baccano, ma più spesso distesa, oziosa, scandita da pause, tappe, variazioni altimetriche. Un po’ come il Giro d’Italia: ciclismo su strada, per l’appunto, seguito da gente semplice che senza dubbio, nell’attesa dei corridori, divora con gusto ingenti quantità di ‘cibi di strada’.

Enzo Marigonda

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