Una sera, a Piacenza

Dopo una giornata insulsa, della serie tanta fatica e risultati blah, voglio consolarmi ricordando una bella serata, quella di sabato scorso. Che con i cibi di strada non c’entra nulla, ma con il cibo, sì.

Ero con mia moglie a Piacenza sin dal pomeriggio, per una conferenza di un suo collega presso il Conservatorio in cui lei insegna. Già ascoltare quella è stata un piacere, un’ora e un quarto di brillanti esposizioni e ascolti al pianoforte dedicati a un musicista noto ma non troppo, Nikolaj Rimsky-Korsakov (anche una conferenza, come un articolo scientifico, può non essere una pizza).

Poi il dilemma. Dove andiamo a cena? Torniamo a Milano, restiamo qui? Sì, dai, restiamo. È presto, c’è ancora il sole, l’aria è profumata… E dove andiamo? Alla Saracca. È una trattoria-osteria che ci piace. Dunque, nella piazzona con la lupa si prende la direzione dell’autostrada, si supera la prima rotonda e alla seconda si gira a sinistra. La strada sale e dopo qualche centinaio di metri s’incontra il cimitero. Un lungo muro giallo. Semaforo, a sinistra, e si costeggia il muro. All’angolo, gli si gira intorno e poi si va giù giù, dove la strada finisce. Diventa sterrata e lì si parcheggia.

A pensarci, ci sono diversi archetipi lì intorno. Il cimitero. La fine della strada. La campagna. In lontananza, l’autostrada e ancora più lontano la centralona elettrica con megaciminiera. E poi, addirittura il Po. È un luogo topico. Sabato verso le sett’e mezzo c’era un bel sole e un’aria tiepida. Chissà perché non avevano ancora apparecchiato fuori.

Entrati, troviamo cuochi e camerieri a mangiare. Troppo presto. Ma il ragazzone con codino che conosciamo ci fa entrare e ci porta nella sala grande. Caspita: ha cambiato colore. La parte alta delle pareti e il soffitto sono diventati rosa antico come il biglietto da visita. Quello che non è cambiato è l’apparecchiatura minimalista. Rettangoli di carta paglia per tovaglia e ciotola bianca per il vino.

Accanto al nostro tavolo c’è una tavolata da venti posti già apparecchiata. Per fortuna arriveranno all nove, quando saremo già andati via. Nella sala siamo soli, a parte le nostre voci sentiamo solo quella di Dora Johnson, che canta in maniera davvero suggestiva.

«Qualcuno la trova noiosa, ma a me piace» osserva il ragazzo, che è fratello della cuoca, se abbiamo capito bene. Questa sera vogliamo andare sul sicuro e ordiniamo poche cose, già note. Per antipasto uno sformato di radicchio con fonduta e un tortino di porri con scaglie di grana, 6 euro l’uno, e per primo tortelli burro e salvia per due, 7 euro ciascuno.

I porri ci sembrano ancora migliori di come li ricordavamo. I tortelli sono velluto per il palato, buonissimi. Li faceva altrettanto buoni la Pireina, una trattoria tradizionale intra moenia, che purtroppo ha cambiato gestione qualche anno fa. Mi chiedo come mai questo piatto piacentino non ha abbia la fama che merita fra le paste ripiene padane. Tutti conoscono i tortellini bolognesi-modenesi, moltissimi i tortelli di zucca mantovani, parecchi gli anolini parmensi, ma i tortelli piacentini – che hanno anche un’interessante forma a spiga, ma qui dicono “con la coda” – li conoscono in pochi. Hanno un ripieno di magro, con erbette/spinaci/ortiche, ricotta, grana/parmigiano, uovo e noce moscata. Ben fatti, sembra che all’interno abbiano una crema.

Raffaella ha concluso con un semifreddo al torroncino con cioccolato fondente e cannella, 4 euro. Qualche sorsata di gutturnio della casa (mezzo litro, 4,50 euro) e via a Milano, appagati.

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2 Risposte to “Una sera, a Piacenza”

  1. Val Tidone Says:

    Con la cucina piacentina quasi sempre ci si appaga facilmente. Ancora di più se il vino è di quelli buoni e ben fatti, per chi non si accontenta del primo prezzo.

  2. Gutturnio Says:

    Già, per chi non si accontenta oggi la scelta è ampia e diversificata, di gutturnio buno se ne trova più che in passato.

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