Milano. Cena al coperto con chi vive per strada

Sono le sette e mezzo. Nei giardinetti in corso Indipendenza all’angolo di via Piave c’è molta gente. Proviene dalla mensa dell’Opera di San Francesco. La mensa apre alle sei, perciò la vera coda davanti all’ingresso, ormai, è solo di una trentina di persone. Massimo Venuti mi viene incontro e me la fa scavalcare – unico privilegio della serata – non per accedere prima degli altri al self service, ma per fare una chiacchierata nel suo ufficio. Questa volta, infatti, invece di ricercare cibi di strada, sono venuto ad assaggiare che cosa mangia (al coperto) chi vive per strada.

«Questa mensa fornisce ogni giorno 2500 pasti tra pranzi e cene. La sera del martedì, quando ci sono io, di solito facciamo 1000 coperti». Massimo è una mia vecchia conoscenza. Musicologo, insegna in Conservatorio e all’Istituto Pontificio di Musica Sacra. In realtà, coltiva anche la filosofia e non disdegna la buona tavola. Forse proprio per questo ha deciso, otto anni fa, di svolgere il suo servizio di volontariato in una mensa. Di martedì sera è lui il referente, cioè il responsabile del corretto svolgimento delle cose. E non è sempre facile.

«Lo puoi immaginare. Qui siamo un po’ in prima linea. Insieme a una maggioranza di persone tranquille, possono capitare anche individui sconvolti dalle droghe o dall’alcool».

Hai mai dovuto chiamare la polizia?

«In tanti anni solo una o due volte. Le situazioni difficili dobbiamo affrontarle in proprio, gestendole con intelligenza. Talvolta con decisione, talaltra lasciando correre».

Chi frequenta la mensa?

«La quota più significativa è formata da extracomunitari: africani del Nord e del Centro, sudamericani, abitanti dello Sri Lanka. Fra gli europei, soprattutto rumeni e bulgari. E poi anche tanti italiani».

Che cosa viene richiesto a chi mangia qui?

«Solo un documento d’identità, la prima volta. In base a quello emettiamo una tesserina magnetica, valida 4 settimane e rinnovabile a piacere».

Che cosa trovano in tavola?

«Un primo caldo, un secondo con contorno, due panini, un frutto o un dolce. Le pietanze variano a seconda delle donazioni. Naturalmente si beve acqua, niente alcolici».

Chi sono i volontari?

«Premesso che il cuoco – il nostro grande Fabrizio – e chi serve il cibo sono dipendenti dell’Opera, i volontari che provvedono all’accoglienza e alla distribuzione dell’acqua sono in maggioranza pensionati, ma non solo: anche giovani e qualcuno che, come me, lavora. Per Marilena, Rosanna, Claudio, Raffaele, Filippo, me e gli altri che stasera non ci sono, il movente non necessariamente è religioso, spesso si tratta di altro. Motivi umanitari, psicologici, senso di solidarietà».

Mi sposto nei locali della mensa e mi metto in coda al self service. A quest’ora – sono ormai quasi le otto – in coda ci sarà solo una decina di persone. Prendo il mio vassoio, è grigio. Un ragazzo con grembiule, cappellino e guanti di plastica mi passa le posate in plastica, un bicchiere in plastica, il panino racchiuso in una bustina di plastica – potrei prenderne due, ma me ne basta uno. Avanzando, trovo il banco dei primi. Stasera ci sono pennette rigate al sugo. Anche il piatto, naturalmente, è di plastica. Per secondo, filetti di tonno con fagioli borlotti. I filetti sono lunghi 8-10 cm, non provengono evidentemente da scatolette. Una mela concluderà la mia cena.

Avviandomi verso un posto libero, dò un’occhiata alla sala. Dev’essere ristrutturata da poco, le pareti mi sembrano ben imbiancate, le piastrelle sono in ordine. Occhio e croce i posti saranno poco meno di duecento, quindi dalle 18 alle 20.30 vi si avvicendano 5 turni, se sono 1000 i coperti della sera. I tavoli sono rettangolari, di laminato bianco, e contengono quattro vassoi. Le sedie, gialle per ravvivare l’ambiente, sono girevoli, ma ben impiantate sulla loro struttura: non potranno essere usate come corpi contundenti.

Al mio tavolo siedono due sudamericani, che mangiano in silenzio. Evidentemente non si conoscono. Seguo il loro esempio. Le pennette sono mediamente scotte come in una qualsiasi mensa aziendale, il sugo non è malvagio. Il tonno è gradevole, meglio di tante scatolette che ho mangiato a casa mia, e i fagioli si difendono. I veri problemi li incontro con la mela. Non perché sia cattiva, ma a causa del coltellino di plastica. Taglia poco e si rifiuta di andare in profondità per la particolare curva della lama. Se facessi più pressione sul manico, si spaccherebbe. Ma forse è una scelta deliberata distribuire coltelli che tagliano male. Se fossero più efficienti, sarebbero armi.

Durante la cena, mi sono guardato intorno. Il primo sguardo mi ha confermato quello che mi aveva detto Massimo. Extracomunitari, europei orientali e anche quelli che di primo acchito definirei italiani. Sono questi ultimi ad attrarre di più la mia curiosità. Accanto a quelli peggio in arnese, ce ne sono molti che non sembrerebbero “poveri”. Una coppia di ultrasessantenni, per esempio, o due signori di mezza età, vestiti più o meno come me. Mi colpisce un ragazzo: trent’anni scarsi, alto, giacca di velluto, maglia trendy senza colletto, mocassini e in mano una busta di un negozio di borse. Potrebb’essere un giovane intellettuale. O un attore.

«Non esiste il barbone integrale. Molte di queste persone le ho viste fuori in sale di concerto o a teatro. Sai, anche se parti bene, anche se sei intelligente, un bel giorno qualcosa grippa con la società, e ti trovi qui».

Mentre andiamo via, il ragazzo trentenne saluta calorosamente Massimo. «E tu chi sei?» mi chiede, con un accento che mi rivela il mio errore: non è italiano. Gli dico come mi chiamo. Lui ha un’illuminazione. «Stanislao… Verdi, credo, aveva scritto un’opera intitolata così» mi dice salutandomi. La cosa mi colpisce, perché Il finto Stanislao è effettivamente il sottotitolo di Un giorno di regno, opera verdiana non certo celebre quanto la Traviata o l’Aida. «È un ragazzo bulgaro» mi racconta Massimo. «Pensa, una volta l’ho incontrato nella sala di lettura della Biblioteca Sormani».

Uscito dalla mensa, mi chiedo perché il giovane bulgaro abbia quel tesserino magnetico e io no. O è solo questione di tempo?

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