Archive for maggio 2008

Di, da, per, su strada

30 maggio 2008

Ricevo questo pregevole contributo da un amico, Enzo Marigonda, professore di psicologia dei consumi all’Università di Trieste e brillante pamphlettista per diverse testate, cartacee e on line.


«Visto che ero di strada, avevo pensato di restituire alla biblioteca di quartiere ‘Sulla strada’ e di prendere in prestito ‘Strade blu’, ma poi lungo la strada mi sono imbattuto in parecchie femmine da strada, donne su una brutta strada, con famiglie ridotte sulla strada, che sembravano uscite da ‘La strada’ di Fellini.»

Termine reso alquanto flessibile dalle preposizioni che lo accompagnano, ‘strada’ si applica oggi volentieri al mangiare, anche se i ‘cibi di strada’ più pregevoli e cari alla memoria, collettiva e individuale (mussoli, sardoni impanati, “pedoci” scottati, per ciò che mi riguarda), sono quasi scomparsi.
Giusto allora occuparsene (come fa questo sito), sia ricollegandosi alle tradizioni alimentari delle cento città italiane, sia indagando e perlustrando le nuove forme, lodevoli o esecrabili, del ‘cibo di strada’.
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Ambulanti a Milano 2

21 maggio 2008

Di ritorno da via Carducci in bici, ho attraversato il centro della città per tornare in studio. Quale migliore occasione per scambiare due chiacchiere con gli ambulanti-stanziali del centro?

Prima stazione: il camioncino sull’inizio del prolungamento di via Spadari (non mi ricordo come si chiama) oltre via Torino. C’è un ragazzo, ma quel camioncino lo vedo da sempre. «Deve chiedere a mio zio da quanto tempo siamo qui, ma è da tanto». Granite, bibite, cocco sulla classica alzatina, sempre rinfrescato da zampilli d’acqua. Il veicolo è troppo piccolo per vendere altro, mi dice il ragazzo. Anzi, aggiunge che vende soprattutto acqua.

Seconda stazione: il camioncino di corso Vittorio Emanuele. Vedo gelati, granite, bibite, noccioline e l’immancabile cocco inondato di zampilli. «È da trent’anni che sono qui, ma lavoro da quarantacinque» mi dice un bel signore dagli occhi azzurri. «E una fame così non l’ho vista mai. È molto peggio degli anni Sessanta, quando andavo in giro con la cassetta per i cinema. Pensano che essere al centro sia un vantaggio… Dall’una alle quattro ho venduto al massimo tre gelati». E l’inverno? «Va un po’ meglio con le castagne – sostituisco parte del banco con la caldaia – ma quest’anno le ho pagate 8 euro al chilo. Otto euro! E bisogna pure buttar via quelle marce».

Il primo vende solo acqua, il secondo si lamenta; andiamo maluccio. La situazione di piazza Leonardo da Vinci è molto migliore, come vi racconterò più avanti.

Spuntino a Glorenza

21 maggio 2008

Chi si trovasse a passare per Glorenza (Glurns), bella cittadina della Val Venosta cinta da mura in perfetto stato di conservazione, potrebbe placare i morsi dell’appetito addentando in un Imbiss sulla strada gli squisiti würstel di Karl Telfser. Me lo ha comunicato lui stesso poco fa su mia richiesta. Mi ero accorto, infatti, che nel post a lui dedicato mancava quest’informazione essenziale. D’altronde, anche chi passa nel suo negozio di Merano può assaggiare würstel e speck prima di comprarli, perché la filosofia della casa è contraria alla vendita a scatola chiusa.

Ambulanti a Milano

18 maggio 2008

Gianni, in un commento a un post precedente, fa un’osservazione:

«Mi sembra che, almeno a Milano, i cibi da strada nel senso più stretto (quelli venduti da un apposito carretto o microfurgone) vengano un po’ scoraggiati. A parte […] in piazza Duomo, mi sembra che non si vedano da nessuna parte i carretti con cibi vari che si incontrano invece con una certa facilità nelle città straniere».

Ammetto di non conoscere (ancora) bene la normativa cittadina. Proverò a rispondergli con le parole di un ambulante attivo a Milano, Pasquale (Lino) Agostino.

«Al Duomo non posso andarci» mi dice Lino. «Mi beccherei 1030 euro di verbale. I posti sono assegnati da prima del sindaco Aniasi. Al centro ce ne sono sette, credo, più uno al Castello. Noi altri ambulanti tempo fa avevamo una licenza di plateatico [antica denominazione del tributo da pagare per chi vuol vendere in piazza]. Quindi potevamo occupare qualsiasi posto fuori la Cerchia dei Navigli, purché non intralciassimo la circolazione. Poi il plateatico è decaduto e il Comune ha dato permessi speciali in posti fissi. Al di fuori di quelli, andiamo sulle strisce blu e paghiamo il parcheggio, come in corso Buenos Aires, dove però i negozi di non ci vogliono».

Il paninaro/caldarrostaro di cui parlo staziona di solito con il suo Jolly Bar di un rosso sfavillante davanti all’ingresso del Politecnico in piazza Leonardo da Vinci. Quando l’Università è chiusa, stagione delle castagne permettendo, sfodera dal garage un altro mezzo e va a vendere caldarroste. Per inciso, ho provato da lui un panino con salamella alla piastra, peperoni e cipolle: niente male. Il più divertente è il Panino Antiprof: cipolle, tonno e fagioli. Se lo mangi, il prof lo tieni lontano davvero.

Una sera, a Piacenza

14 maggio 2008

Dopo una giornata insulsa, della serie tanta fatica e risultati blah, voglio consolarmi ricordando una bella serata, quella di sabato scorso. Che con i cibi di strada non c’entra nulla, ma con il cibo, sì.

Ero con mia moglie a Piacenza sin dal pomeriggio, per una conferenza di un suo collega presso il Conservatorio in cui lei insegna. Già ascoltare quella è stata un piacere, un’ora e un quarto di brillanti esposizioni e ascolti al pianoforte dedicati a un musicista noto ma non troppo, Nikolaj Rimsky-Korsakov (anche una conferenza, come un articolo scientifico, può non essere una pizza).

Poi il dilemma. Dove andiamo a cena? Torniamo a Milano, restiamo qui? Sì, dai, restiamo. È presto, c’è ancora il sole, l’aria è profumata… E dove andiamo? Alla Saracca. È una trattoria-osteria che ci piace. Dunque, nella piazzona con la lupa si prende la direzione dell’autostrada, si supera la prima rotonda e alla seconda si gira a sinistra. La strada sale e dopo qualche centinaio di metri s’incontra il cimitero. Un lungo muro giallo. Semaforo, a sinistra, e si costeggia il muro. All’angolo, gli si gira intorno e poi si va giù giù, dove la strada finisce. Diventa sterrata e lì si parcheggia.

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È un articolo scientifico, non una pizza

9 maggio 2008

Giuseppe Parente, Cibo veloce e cibo di strada. Le tradizioni artigianali del fast-food in Italia alla prova della globalizzazione, «Storicamente», 3 (2007), http://www.storicamente.org/03parente.htm

Non lasciatevi spaventare dal fatto che sia scritto su una rivista scientifica: quest’articolo è assai digeribile, a patto che vi interessino i temi trattati.

Passati in rassegna alcuni esempi di cibi di strada italiani, viene messa bene a fuoco la differenza fra lo street-food della tradizione e il fast-food. Posto che la fruizione rapida è comune ad entrambe le tipologie, da una parte c’è l’artigianato, la manualità, l’uomo; dall’altra l’industria, la produzione in serie, il franchising.

Il bello – si fa per dire – è quando le tradizioni incontrano l’industria, come accade nella catena israeliana Ma’Oz, che propone falafel, e in quella italiana Spizzico, che tutti conosciamo. Quanto c’è di buono, quanto di pessimo? Leggete l’articolo.

Un Maestro ritorna. Alla Scala

8 maggio 2008

Sul retro di questa cartolina c’è scritto: Chi è in fondo un grande cuoco? Un bambino che gioca tutta la vita a fare un mestiere da grande. Me l’ha data ieri Gualtiero Marchesi – non me la tiro, l’ho conosciuto in quest’occasione, grazie ai buoni auspici degli amici Roy Bernard e Aldo Nenzi. Me l’ha consegnata sotto i portici del suo nuovo ristorante, il Marchesino del Teatro alla Scala.

Giusto due parole, perché con i cibi di strada la cosa ha poco a che fare (salvo che oltre al ristorante, il Marchesino offre una sontuosa caffetteria, aperta sin dalle 7.30), ma non si può ignorare un evento così a Milano. Marchesi, per chi non lo sapesse, qualche decennio fa aveva dato un sostanzioso contributo all’inizio della nuova cucina italiana da via Bonvesin della Riva, dove ha avuto il suo locale fino al 1992, prima di trasferirsi nella turris eburnea di Erbusco, in Franciacorta.

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Milano. Cena al coperto con chi vive per strada

7 maggio 2008

Sono le sette e mezzo. Nei giardinetti in corso Indipendenza all’angolo di via Piave c’è molta gente. Proviene dalla mensa dell’Opera di San Francesco. La mensa apre alle sei, perciò la vera coda davanti all’ingresso, ormai, è solo di una trentina di persone. Massimo Venuti mi viene incontro e me la fa scavalcare – unico privilegio della serata – non per accedere prima degli altri al self service, ma per fare una chiacchierata nel suo ufficio. Questa volta, infatti, invece di ricercare cibi di strada, sono venuto ad assaggiare che cosa mangia (al coperto) chi vive per strada.

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Il re dei Meraner

5 maggio 2008

Mi ha dato il suo indirizzo una persona che se ne intende: Karin Huber, fiduciaria Slow Food di Merano. incontrarlo è stato molto utile oltre che piacevole. Karl Telfser fa il macellaio da quando aveva 14 anni e, ora che ne ha 43, ha un fornitissimo negozio a Merano, in Salita alla Chiesa 5. Si è diplomato Metzgermeister (maestro macellaio) a 21 anni nella super-scuola professionale di Landshut, la Bayerische Fleischerschule. È la persona giusta per rispondere alle domande create dalla visita all’Imbiss di Bolzano (vedi terzultimo post).

«Gli Imbiss (chioschi) con i würstel sono relativamente recenti in provincia di Bolzano. Risalgono agli anni Trenta. Prima non esistevano, perché qui i würstel proprio non si facevano, non essendo disponibile la tecnologia necessaria. I nostri nonni producevano Bauernhauswurste (salsicce di casa del contadino) con impasti a grana molto più grossa e poi le affumicavano e le mangiavano con contorno di crauti. Non per strada, ma in Gaststätte (trattorie) dove si consumava piuttosto velocemente. Altri piatti tipici erano il Gulasch con Knödel, il brodo con crostini di milza fritti, lo Herrengröstl, patate lessate, poi saltate in padella con strutto, cipolle e fettine di carne».

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Nafplio non è altro che Nauplia

4 maggio 2008

Dico dico, e poi sono il primo a cascarci. Un amico adriatico del Nord mi ha fatto notare che in uno dei primi post di questo blog ho descritto con il nome locale una città greca che, già veneziana, possiede anche un bel nome italiano: Nauplia.

Proprio io, che non vedo perché si debba dire Dubrovnik al posto di Ragusa e Móldova invece di Moldavia, vado a cadere miseramente su Nauplia. Touché.